L’errore cronologico nell’amore
C’è un momento, spesso invisibile, in cui ciò che chiamiamo amore fa male e smette di appartenere al presente, iniziando a risuonare con qualcosa di più antico.
In termini psicoanalitici, questo non è accidentale. Per Jacques Lacan, il soggetto è costituito da una mancanza. Il desiderio non nasce dalla pienezza, ma da qualcosa che manca, qualcosa che non è mai stato completamente dato.
Quando questo riconoscimento viene meno, quando la presenza diventa incostante o incerta, qualcosa si iscrive. Non come una storia, ma come una posizione. Il bambino aspetta, orientato verso un ritorno che può avvenire o meno, in ascolto di una voce, di passi, di un segno di essere visto.
Che cosa sono per l’altro?
Sotto il dolore si trova una tensione primitiva: il ritorno alla posizione originaria di abbandono.
La reazione è un errore cronologico. La psiche confonde ieri con oggi. Un messaggio che non arriva, un silenzio, un’assenza, non vengono vissuti come eventi minori. Vengono percepiti come conferme di un vuoto antico che non è mai stato risolto.
Ci arrabbiamo con il partner per ciò che fa o non fa, ma la reazione non appartiene del tutto a quell’atto. Appartiene a qualcosa di precedente, a un’esperienza in cui il riconoscimento è mancato.Lacan sostiene che non incontriamo mai l’altro così com’è. Il partner non è incontrato direttamente, ma attraverso la struttura del proprio desiderio.
— LA STRUTTURA —
Qui emerge l’ansia. Non è semplicemente la paura di perdere l’altro. È la paura di essere riportati a quell’impotenza originaria, dove non era possibile alcuna posizione se non quella dell’attesa. Attendere di essere riconosciuti. Attendere di essere scelti. Attendere di essere salvati.
Il bambino non aveva alternativa. L’adulto sì.
Il partner non è la fonte del dolore,
ma il luogo in cui si sposta qualcosa di più antico.
Accettare che la scena originaria non possa essere riparata in quella attuale è ciò che permette all’ansia di perdere forza. Ritirarsi, non dalla relazione, ma dalla richiesta che la relazione risolva ciò che appartiene altrove.
L’altro non viene più avvicinato come colui che deve colmare la mancanza, ma come un altro soggetto, ugualmente diviso, ugualmente incompleto.
L’urgenza diminuisce. La compulsione ad agire, a reagire, a esigere, comincia ad allentarsi. Non perché la relazione smetta di importare, ma perché non porta più il peso del passato.
Ciò che resta è una forma più silenziosa di desiderio.
Un desiderio che non dipende dall’essere salvati.
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