Non puoi cambiare la tua struttura. Ma puoi rifiutarti di ricadervi.
La struttura e l’atto
Non puoi cambiare la tua struttura. Ma puoi rifiutarti di ricadervi.
Chi prende sul serio Jacques Lacan si imbatte, prima o poi, in una frase che arresta la discussione: la struttura non cambia. Non c’è negoziazione possibile, né revisione.
Il soggetto è organizzato in un certo modo, sia esso nevrotico, psicotico o perverso, sempre in rapporto alla propria mancanza, alla propria legge e al desiderio dell’Altro nella teoria lacaniana. Questa organizzazione non è una preferenza né una credenza, ma qualcosa di più fondamentale.
Da qui sembra seguire una conclusione immediata: nulla di essenziale può cambiare.
E tuttavia certi eventi, la morte, l’incidente, l’imprevisto, mostrano che qualcosa può arrestarsi. Non sempre, non in modo limpido, ma si arresta.
Ogni struttura si manifesta come ripetizione, e la ripetizione può fallire. Può interrompersi, come un meccanismo che si inceppa e smette di produrre lo stesso effetto, quando il suo esito si lega a un punto di dolore che non può più essere integrato nella scena.
La domanda, allora, non è se la struttura cambi, ma che cosa davvero si ripeta. La struttura non è il comportamento, né l’abitudine, né ciò che si pensa di sé. È la posizione da cui si risponde alla mancanza, all’Altro e al desiderio. Questo è lo scenario.
Lo scenario non cambia. Si fissa nell’infanzia: come un’attesa che non finisce, come una presenza che manca o che invade, come una violenza che insegna a ritirarsi.
Questo è lo scenario.
Nella vita adulta, ciò che si ripete non è lo scenario, ma la scena.
Non si tratta di un’azione isolata, ma di una configurazione completa di posizioni, ruoli, aspettative e modi di risposta. La scena non ripete i fatti. Ripete le relazioni.
Se osservata con precisione, questa scena rivela una forma costante. Appare una domanda, sia in se stessi sia nell’Altro, come il modo in cui la mancanza si articola, e con essa prende avvio il movimento. A partire da lì, si assume un ruolo che promette di rispondervi. Da quella posizione si agisce, non liberamente, ma secondo la logica del posto assunto. Poi compare l’attesa, che non è passiva, ma strutturale: si attende riconoscimento, conferma, ritorno.
Quando quel ritorno appare, anche in forma minima o distorta, la posizione si stabilizza e produce una sensazione di coerenza. La tensione diminuisce, la scena si dissolve e resta in riserva, pronta a ripetersi.
Ciò che col tempo viene scambiato per identità non è altro che questa ripetizione stabilizzata, che sostiene lo stesso ruolo fissato nell’infanzia.
Qui si annida il malinteso. Quando si afferma che la struttura non cambia, lo si intende come se nulla potesse cambiare. Ma ciò che si ripete non è la struttura, bensì il tentativo di rispondere alla domanda dell’Altro in modo prevedibile. Questo tentativo non viene scelto. Viene eseguito.
Ed è proprio questa esecuzione che oggi resta velata. Non perché la struttura sia cambiata, ma perché il rapporto con la mancanza è stato alterato. Il soggetto non impara più a confrontarla, ma a evitarla. Il disagio viene interrotto prima ancora di prendere forma.
Il meccanismo è riconoscibile: scorrimento infinito di immagini, consumo senza pausa, risposta immediata a qualunque tensione. Non come distrazione occasionale, ma come regime, come ambiente progettato affinché la mancanza non diventi mai visibile e il disagio non possa durare abbastanza da essere riconosciuto.
In queste condizioni, la ripetizione non scompare. Diventa opaca. Ed è proprio per questo che, quando arriva a rendersi visibile, quando non viene immediatamente ricoperta, appare l’unica possibilità di cambiamento.
Il cambiamento non comincia con la comprensione, né con una reinterpretazione della propria storia. Comincia in un punto molto più minimo: quando la sequenza non si completa.
Ma qui accade qualcosa di diverso. Quando nella sequenza si produce un’ostruzione, un’irruzione che non può essere simbolizzata né assorbita, ciò che Lacan chiamava il Reale, la domanda viene registrata, l’impulso si avverte, ma la risposta non si attiva. Non segue alcun movimento: qualcosa arresta l’esecuzione, come se quella via conducesse verso un punto di dolore già noto. La provocazione arriva e passa senza risposta.
La sequenza non si chiude.
Ciò che segue non è sollievo, ma disagio. Compaiono il senso di colpa, l’ansia, il disorientamento, insieme alla sensazione di aver mancato qualcosa che non è mai stato nemmeno formulato. Il soggetto si percepisce fuori posto.
Questo disagio non indica errore. Indica interruzione. E tuttavia, se la sequenza non viene richiusa prematuramente, qualcosa diventa visibile:
L’Altro non collassa.
La domanda non scompare, ma si sposta, si ridirige e continua senza di te. E in questo spostamento si rivela qualcosa di preciso: il ruolo che sembrava necessario non lo è mai stato. Era funzionale, un elemento dentro un circuito, non una posizione insostituibile.
Questo riconoscimento non elimina gli impulsi che sostenevano la sequenza. Restano presenti come potenziale, come un codice che può essere eseguito in qualunque momento. Ciò che cambia non è la loro esistenza, ma la loro esecuzione. La struttura rimane. La mancanza rimane. La logica che organizza il desiderio rimane intatta.
Ma qualcosa si arresta. Non la struttura, ma l’obbedienza ad essa.
Sospendendo l’atto riflesso di fronte alla domanda, emerge un intervallo, uno spazio privo di istruzioni chiare in cui la ripetizione smette di operare automaticamente. È lì che può apparire il proprio desiderio.
È una trasformazione sottile, quasi impercettibile, ma sufficiente. Il soggetto non cambia, e nemmeno l’Altro.
Se questo testo ha risuonato in te, lascia un like.
Comments
Post a Comment