La lealtà alla perdita




La lealtà alla perdita

C'è una lealtà silenziosa all'interno della sofferenza. 

Non si soffre in astratto: c'è sempre un punto, una coordinata nello spazio e nel tempo; una persona, un momento, una rottura che diventa asse. La sofferenza appare allora come lutto, come ripetizione, come quella strana incapacità di lasciarsi alle spalle qualcosa che è già finito. Se guardi con attenzione, c'è qualcosa in te che non solo ricorda la perdita, ma la sostiene, con cura, come se turbarla significasse strappare qualcosa a te stesso.

Una parte di te rimane fissata in essa perché dà forma al dolore. Senza quel fuoco, il dolore si disperde e perde contorno. La persona, il momento, la morte, il fallimento, qualsiasi avvenimento che abbia fatto irruzione e deviato il corso della vita, diventa un asse attorno al quale tutto comincia a organizzarsi. La memoria torna lì non come scelta, ma come punto di riferimento dal quale l'identità prende le sue coordinate, e il desiderio, anche nella sua forma più silenziosa, comincia a ruotare attorno a quello stesso punto.

Il pensiero torna al passato cercando di riorganizzarlo, di trovare una logica dove non c'è. Poiché ciò che irrompe e disordina una vita (il Reale lacaniano) non si lascia ridurre a una chiara catena di cause. Semplicemente accade. E a partire da quel momento, l'esistenza comincia a riordinarsi attorno a quell'impatto, adattandosi a un'assenza che non può essere integrata del tutto.

In alcuni casi, la lealtà alla perdita non si forma attorno a qualcosa che hai perso tu, ma attraverso un'altra persona. Non ti leghi solo a lei, ma anche a ciò che le manca. Quell'assenza non è un dettaglio secondario: organizza il suo modo di stare al mondo, come si avvicina, come ha bisogno, come si ritira. È lì che entri tu. Non occupi più unicamente un luogo affettivo, ma una posizione di fronte a quella mancanza; colui che cerca di sostenere qualcosa che, in fondo, non può essere sostenuto.

Con il tempo, ciò smette di essere solo una forma di relazione e passa a definire il tuo posto. Il desiderio non si dirige più unicamente verso la persona, ma verso ciò che manca in lei, e verso la posizione che occupi di fronte a quella mancanza. In termini lacaniani, non è l'oggetto ciò che si desidera, ma ciò che lo rende desiderabile: e in questo caso, ciò non risiede nella persona stessa, ma nella mancanza che la attraversa. Anche se quella mancanza non è propria, il soggetto la incorpora e comincia a organizzarsi in relazione ad essa. Lì si forma il nodo.

Per questo il movimento diventa così difficile. Ciò che sostiene il legame non è solo l'amore, né la memoria, né tantomeno la persona in sé, ma la posizione dalla quale uno esiste in relazione a quella mancanza. Lasciare andare quella fissazione non è vissuto come sollievo. Si sente come un tradimento, perché non implica unicamente perdere l'altro, ma anche perdere il luogo dal quale uno esisteva per lui.

Ma c'è una forma ancora più disorientante di perdere quel posto, ed è quando non c'è una rottura chiara ma qualcosa di più silenzioso: l'incontro con l'assenza di desiderio nell'Altro. Non essere scelto, non essere sostenuto, non essere oggetto di desiderio bensì funzione.

Ciò si vive come una ferita nella posizione stessa del soggetto, perché finché il desiderio dell'Altro era presupposto, era possibile sostenere un luogo, giustificare la postura, continuare a organizzarsi attorno a quella mancanza. Quando quella supposizione cade, la lealtà alla mancanza si sente come un tradimento verso se stessi.

Non solo si perde la relazione. Si perde il punto dal quale uno esisteva per l'Altro e, con esso, la coerenza di tutto ciò che è stato costruito attorno.

E allora appaiono le domande che non si lasciano rispondere: a che cosa è servito tutto questo? chi sono quando smetto di occupare quel posto? Non sono interrogativi retorici. Sono tagli che aprono un vuoto. Quando il senso costruito attorno a quella posizione comincia a dissolversi, ciò che emerge non è chiarezza bensì esposizione; una vulnerabilità senza forma, senza sostegno.

La crisi smette allora di ruotare attorno alla perdita e si sposta verso l'identità. Ciò che è in gioco non è unicamente ciò che se n'è andato, ma la forma in cui il soggetto esisteva in relazione a quella mancanza, il contorno che quella relazione dava al proprio desiderio. E tale questione non può essere risolta facilmente. Anche se ciò che manca tornasse, il soggetto tenderebbe a occupare lo stesso posto, a situarsi nuovamente di fronte alla mancanza dalla stessa posizione. Freud chiamò questo "ripetizione". Lacan lo radicalizzò: non è solo tornare allo stesso punto, ma orbitare attorno a un vuoto che non è mai stato pienamente nominato, un nucleo che insiste proprio perché non è stato integrato. E questa insistenza si annuncia prima nel corpo — la mano che cerca il telefono, il sogno che si interrompe, il petto che si stringe senza un motivo chiaro — prima di diventare pensiero.

Quando qualcosa di quella struttura diventa leggibile, si producono spostamenti minimi ma reali. Non è il riconoscimento a trasformare, bensì l'istante in cui la risposta non arriva più con la stessa inevitabilità. Prima che il movimento si chiuda su se stesso, appare una esitazione quasi impercettibile. La ripetizione persiste, ma non trova più lo stesso soggetto.

Lasciare andare la lealtà alla perdita non implica dimenticare né sminuire il vissuto. Presuppone qualcosa di più esigente: permettere che ciò che manca smetta di occupare il centro dal quale si organizzava l'esperienza. Quel passaggio non è vissuto come risoluzione, ma come disorganizzazione. Lì dove prima sorgeva l'urgenza di colmare il vuoto, appare uno spazio. E lo spazio scomoda, perché non c'è ancora una forma nuova.

La trasformazione non consiste nel trovare un sostituto, ma nel sopportare la mancanza senza precipitarsi a colmarla; rimanere nella tensione un istante in più, il tempo sufficiente affinché l'onda passi senza travolgere.

La libertà appare in quel gesto minimo: l'intervallo tra l'impulso e l'atto. Non negare l'impulso, ma sostenerlo abbastanza affinché smetta di imporsi come risposta immediata. Finché domina la necessità di rispondere alla mancanza dell'altro, non c'è incontro, solo ripetizione. L'incontro diventa possibile solo quando uno non risponde più dalla fretta di colmare un vuoto, bensì da una presenza che non ha bisogno di dimostrare nulla.

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