il rituale della tragedia. La disciplina della perdita.
Sull’insistenza nel tornare e la disciplina della perdita.
La maggior parte dei miti viene letta come un racconto di perdita seguito da una promessa. Qualcosa si spezza, qualcosa si perde e, quasi senza accorgersene, il lettore viene condotto verso l’aspettativa di una restaurazione. La caduta appare come un errore. Il ritorno come la soluzione. Lo schema è così familiare, ripetuto fino allo sfinimento dalle narrazioni contemporanee e dall’immaginario ereditato dal cinema di Hollywood, da diventare invisibile.
Eppure, quando si sospende la lettura morale e si adotta uno sguardo strutturale, appare qualcos’altro. In molte tradizioni, la caduta non è la vera catastrofe. La catastrofe comincia dopo, quando si nega ciò che la caduta ha reso irreversibile.
La caduta non introduce semplicemente una mancanza. Introduce il tempo.
Prima di essa c’è ripetizione senza godimento, stasi, una forma di eternità senza memoria: una routine in cui nulla finisce davvero né comincia. Dopo c’è storia. C’è un prima che non può più essere recuperato e un dopo che esige di essere abitato. Il desiderio smette di girare in cerchio e acquista direzione. Quella direzione può assumere molte forme, ma tende sempre verso la stessa tentazione: guardare indietro, come se il senso stesse nello specchietto retrovisore. Lì nasce la fantasia del ritorno.
Adamo o la fine dell’innocenza
L’esempio più classico è il mito dell’espulsione dal Giardino dell’Eden di Adamo ed Eva, che di solito viene letto come punizione per la disobbedienza o come perdita dell’innocenza. Ma l’Eden non è un luogo in cui si possa tornare perché non è mai stato un luogo. Nulla nel racconto suggerisce che resti abitabile per chi ha conosciuto all’improvviso la sessualità, la nudità sotto lo sguardo, la conoscenza, così come il bene e il male.
La conoscenza non aggiunge solo informazioni. Altera la struttura stessa del desiderio e introduce la fine delle situazioni, delle persone e delle cose.
Sapere che un desiderio si soddisfa solo in modo temporaneo, che esistono stagioni o che si muore fisicamente, trasforma radicalmente il rapporto con il tempo. L’eternità smette di essere uno stato continuo senza interruzione. La stasi smette di essere desiderabile. Appare la finitezza e, con essa, la storia.
Da questo punto di vista, la sofferenza non nasce dall’esilio, ma dalla resistenza ad esso. Il dolore non è l’essere usciti dal paradiso, ma il rifiuto di accettare che non si è più chi poteva abitarlo. L’Eden diventa allora un oggetto perduto da recuperare, invece di una soglia che, una volta attraversata, trasforma definitivamente il soggetto.
La nostalgia smette di essere un affetto e diventa una dottrina. La dottrina del ritorno.
La vera tragedia non è la perdita di ciò che è stato, ma la fantasia successiva del ritorno. Immaginare di poter tornare a uno stato anteriore conservando il sapere acquisito è una contraddizione strutturale. Volere innocenza con conoscenza è volere tornare al seme dell’albero senza perdere i frutti che sono già stati raccolti.
Orfeo o la disciplina della perdita
Orfeo riprende questa stessa impossibilità da un altro registro, non dalla legge, ma dall’amore e dalla perdita concreta.
Un mito straordinariamente chiarificatore di questa logica è quello di Orfeo ed Euridice. Qui la tragedia non è la morte di Euridice, come spesso si interpreta in modo superficiale. La tragedia avviene dopo. Orfeo scende nell’Ade per salvarla e ottiene una concessione straordinaria: può riportarla nel mondo dei vivi, ma a una condizione precisa: non voltarsi indietro lungo il cammino.
Quel gesto finale viene spesso letto come un eccesso d’amore. In realtà è qualcos’altro. Orfeo non guarda per ritrovare Euridice. Guarda per assicurarsi. Cerca una garanzia. Nella versione di Virgilio, Euridice lo segue in silenzio. Quel silenzio non è vuoto. È fiducia. È accettazione del fatto che il passo può compiersi solo senza verifica.
Mentre Orfeo parla, canta e riempie il tragitto di parole, Euridice tace. Il silenzio, come una fede minima nell’invisibile, fa parte dell’unico modo possibile di uscire dall’Ade.
Ma Orfeo si volta. Pretende che l’invisibile diventi verificabile. Chiede certezza dove accade soltanto trasformazione. E lì si perde tutto.
Il mito mostra qualcosa di decisivo: chi è caduto non esce completamente dall’inferno. C’è sempre una parte che non si salva. Dopo la perdita definitiva di Euridice, Orfeo resta diviso. Vive in avanti, ma segnato dall’assenza.
Infine viene fatto a pezzi dalle menadi, la comunità che non tollera chi è sceso ed è tornato diverso. Il suo corpo, simbolo dell’unità personale e del desiderio che lo consumava, viene distrutto.
E tuttavia solo la sua testa rimane, ancora cantando. Non è un’immagine di redenzione, ma di persistenza. La testa staccata galleggia lungo il fiume, trasformata in oracolo: la parte che insiste quando la totalità si è spezzata.
Quel fiume non è consolazione né promessa. È il tempo stesso, impersonale, che continua a scorrere quando l’unità si è rotta. Non risponde, non restituisce, non negozia. Sostiene non perché guarisca, ma perché continua.
Non ha più occhi per guardare indietro. Il suo canto non è più una supplica rivolta al passato, ma una forma minima di orientamento nel territorio nuovo, l’unico che resta. La voce continua, non perché la ferita sia guarita, ma perché la ferita è diventata la sua unica cassa di risonanza.
L’unità non è più possibile, ma l’espressione sì.
Orfeo non si ricompone. Non torna con la sua amata. Vive con la frattura, senza trasformarla in promessa di ricongiungimento né in colpa. La testa che canta è la figura ultima di chi ha accettato che il ritorno è impossibile e, da quell’impossibile, ricava un suono chiaro e spoglio di speranza nel ritorno, ma sostenuto da una persistenza più austera: agire senza trasformare il risultato in un verdetto (vedi Attenzione senza ritorno all’io).
Il rito orfico e la sospensione del tempo
Nell’orizzonte orfico dell’antichità, diversi secoli prima del cristianesimo, il rito non era orientato all’ottenimento di risultati pratici né al miglioramento strumentale della vita quotidiana. Non perché gli orfici rifiutassero la trasformazione, ma perché quella trasformazione non veniva pensata in termini di utilità, efficienza o progresso accumulabile, categorie appartenenti a un orizzonte molto più tardivo.
Letto da oggi, si potrebbe dire che il rito non funzionava come un mezzo per ottenere qualcosa. Proprio per questo era rito. Non era un’abitudine funzionale orientata all’efficienza. L’abitudine cerca rendimento. Il rito sospende la logica del rendimento.
In quel contesto non si entrava nel rito per uscirne migliori, ma per uscirne diversi. Talvolta più fragili. Talvolta più consapevoli della morte. Talvolta più silenziosi. Non c’era una narrazione di progresso né una storia di ascesa personale. Non si trattava di avanzare, ma di attraversare un’esperienza limite che non poteva tradursi in un guadagno.
Il rito non correggeva la perdita né restituiva ciò che se n’era andato. E tuttavia qualcosa si spostava. Non perché il mondo si ordinasse, ma perché il rapporto con il tempo veniva alterato. Nel compiersi del rito, il tempo smetteva di essere pienamente calcolabile. Non c’era un prima e un dopo misurabile in termini di rendimento. C’era un ora intensificato.
Per questo il rito era una perdita di tempo nel senso più letterale. Tempo non investito. Tempo non ottimizzato. Tempo non scambiabile. Ma nel mondo antico, quella perdita non era uno spreco. Era la condizione perché il tempo non diventasse puro logoramento.
Nella tradizione orfica, la ferita non veniva vissuta come colpa. Non era una mancanza morale che esigesse punizione né un debito che reclamasse espiazione. La ferita era una condizione dell’umano: qualcosa si è rotto e non torna.
La colpa appare dopo, quando quella ferita viene tradotta in giudizio. Quando il fatto diventa accusa e la vita un tribunale permanente. La colpa esige riparazione, compensazione, dimostrazione. La ferita no. La ferita esige presenza.
Il pensiero orfico separava entrambe le cose con chiarezza: la ferita si abita; la colpa si paga. Il rito insegnava a vivere con la prima per non restare intrappolati nella seconda.
Non si tratta di accettare la ferita una sola volta, ma di tornare ad abitarla ogni giorno, non come un fascicolo morale né come un’identità chiusa, ma come la forma stessa da cui si esiste.
I riti orfici implicavano un modo di stare nel mondo dopo aver riconosciuto che qualcosa non tornava. Non promettevano salvezza né restituzione. Offrivano una disciplina per vivere senza negare la perdita e senza trasformarla in colpa.
In altre esperienze rituali del mondo antico, la risposta alla perdita assumeva una forma diversa. Lì non si trattava di sostenere la ferita, ma di dissolvere la forma che la conteneva. L’io veniva sospeso. L’identità interrotta. L’eccesso non rafforzava la coscienza, la faceva esplodere. Durante quello straripamento non c’erano memoria né racconto possibili.
Quella logica, associata alla figura di Dioniso o Bacco, non insegnava a ricordare. Disfaceva la forma mediante l’eccesso corporeo, l’ebbrezza e la perdita momentanea del limite.
Orfeo appare quando l’eccesso è passato. Non per restaurare il perduto, ma per sostenere ciò che resta. Il suo canto non ricompone l’unità né restituisce la forma originaria. Fa qualcosa di più modesto e più difficile: rende dicibile la frattura.
Benché i riti associati a Dioniso e a Orfeo fossero complementari, non erano la stessa cosa. Entrambi offrivano risposte irriducibili alla stessa tragedia. Dove Dioniso scompone la forma dell’io per eccesso, Orfeo sostiene la memoria della perdita nella sobrietà. Dove l’uno sospende l’identità, l’altro impara a vivere dopo la sua rottura.
Il rito creava comunità a partire dall’indicibile condiviso. Non a partire da un obiettivo comune, ma dalla consapevolezza di una perdita che riguardava tutti. Qualcosa mancava, e quella mancanza non era un errore da correggere, ma un punto d’incontro.
Quella mancanza comune funzionava come ciò attorno a cui il desiderio poteva organizzarsi, non come promessa di restituzione, ma come un resto irriducibile che doveva essere riconosciuto.
Il rito orfico apriva un fuori dal tempo sottoposto al calcolo. Fuori dalla sequenza produttiva, fuori dall’esigenza di continuità, fuori dall’obbligo di avanzare.
Di fronte a ciò, il tempo contemporaneo non si vive come storia, ma come una falsa ciclicità: ripetizione senza riposo, senza chiusura e senza memoria. Nulla si ferma. Nulla si sospende. Per questo non calma. Per questo esaurisce.
Il rito sospendeva il tempo perché lo sottraeva al rendimento. Il mondo attuale non lo sospende: lo ricicla, lo ottimizza, lo sprem(e).
Ed è lì che la tragedia non consiste più nell’essere caduti, ma nel vivere in un mondo che ha dichiarato illegittima la discesa. Un mondo che marca la caduta come fallimento, la ferita come errore, l’interruzione come qualcosa che non avrebbe dovuto accadere.
Recuperare una visione tragica del mondo non significa tornare all’Eden. Significa accettare il taglio, il limite, l’impossibilità del ritorno. Accettare che qualcosa non si chiude, non come mancanza morale, ma come limite strutturale.
Attraversare la tragedia da adulti significa accettare, come Orfeo, che non tutto può essere verificato e che non tutto ritorna.
E tuttavia camminare, sapendo che siamo, prima di tutto, figli di ciò che abbiamo perduto.
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