Il senso dell'essere vivi
- Cabbala -
Il senso dell'essere vivi
וְאַחַר הָאֵשׁ קוֹל דְּמָמָה דַקָּה
«E dopo il fuoco, una voce di silenzio sottile.»
Il vuoto
Racconta la cabbala che, prima del mondo, l'Infinito, l'Ein Sof, riempiva tutto. Non c'era posto per nient'altro. Così, perché qualcosa di diverso da lui potesse esistere, dovette ritirarsi in sé stesso e lasciare una sorta di vuoto. I cabbalisti chiamarono quel gesto tzimtzum: la contrazione. In quello spazio ebbe luogo la creazione.
Forse con noi accade qualcosa di simile. Passiamo buona parte della vita cercando di occupare il centro: essere visti, riconosciuti, ascoltati, avere ragione, difendere ciò che crediamo di essere o accusare chi fa del male secondo ciò che detta il nostro io. Ma finché tutto ruota attorno all'Io, che lo ammettiamo o no come centro, resta a malapena lo spazio perché appaia qualcosa di diverso da noi. Solo quando ci spostiamo un po' da lì, qualcos'altro può apparire. Chiamalo Dio, creazione, ispirazione, arte, amore, l'altro o, semplicemente, la vita stessa.
Nella tradizione cabbalistica esiste un'altra parola che può aiutarci a comprendere questo movimento: bitul (annullamento). Non significa scomparire, disprezzarsi né smettere di esistere, ma rinunciare alla pretesa di essere il centro dell'esistenza. L'io resta lì, ma smette di reclamare per sé la totalità della scena.
Una delle grandi illusioni della vita è credere di esistere... separatamente. Ci chiamiamo individui, come se fossimo unità chiuse, indipendenti dal resto. Da Cartesio ripetiamo «penso, dunque esisto»: esisto io prima dell'altro o, peggio, esisto io, e dell'altro non so se esista, perché non ho prove che pensi. Così trasformiamo la certezza che io penso nell'illusione di essere entità autosufficienti.
Ma nessuno pensa, ama né esiste isolatamente. Le parole con cui diciamo «io» erano già qui prima che nascessimo. Siamo fatti di incontri, parole, esperienze, delle storie non raccontate dei nostri genitori e, soprattutto, di assenze, di speranze infrante, di mancati incontri, che sono ciò che forma le crepe dell'anima; senza di esse non avremmo personalità. Le nostre vite sono intrecciate con quelle degli altri a tal punto che alcuni dicono che il libero arbitrio non esiste, poiché le nostre decisioni provengono da quella rete di significanti che non ci appartiene: linguaggio e storie, successi e sconfitte. Una trama che si estende molto più in là, e più in profondità, di quanto possiamo immaginare.
Non abbiamo scelto le parole che ci hanno preceduto né le prime storie che hanno dato forma ai nostri desideri. Ma non siamo condannati a ripeterle. La libertà non consiste nell'essere l'origine dei nostri atti, ma nel trasformare il nostro rapporto con ciò che ci determina.
L'esercizio è semplice da formulare e difficile da praticare:
uscire dal centro ancora e ancora, fino a farne un'abitudine di vita.
Essere l'avvocato, il medico, l'ingegnere, il cittadino, lo studente, ma senza confondersi del tutto con nessuno di questi personaggi. Svolgere ogni funzione, assumere ogni responsabilità, partecipare pienamente a una vita che viviamo ma che non possediamo, e restare, in qualche modo, un passo dietro ciò che crediamo di essere. Come un'ombra che accompagna senza reclamare la scena.
Poter essere e, allo stesso tempo, non essere. Non come una scusa per eludere le nostre responsabilità, ma come il riconoscimento che nessuna identità può contenerci per intero. È vero che sono io ad agire, anche se non sempre so perché. Sono la conseguenza delle mie decisioni, dei miei apprendimenti e delle mie esperienze. Sono colui che raccoglie gli argomenti per elaborare un pensiero, ma non sono padrone di tutto ciò che penso, perché ignoro da dove vennero le formule con cui disseziono il mondo, e le fantasie e le speranze con cui lo guardo. Sono colui che vive, ma questa vita non mi appartiene per intero: solo una parte piccola, molto piccola.
La domanda non è essere o non essere. Non c'è domanda. C'è un'affermazione: essere e non essere.
Un testo antico, le Massime dei Padri, lo dice con una litania:
Contro la tua volontà sei stato formato, contro la tua volontà sei nato, contro la tua volontà vivi, contro la tua volontà morirai…
E forse è proprio lì che comincia a farsi sentire una certa libertà: quando smettiamo di difendere continuamente l'immagine di noi stessi, perché molto sfugge alla nostra volontà e non siamo padroni di nulla. Quando mettiamo da parte ciò che tanto ci importa, sembrare coerenti, e riconosciamo che in verità siamo fatti di frammenti. Allora possiamo cominciare a rispondere alla domanda:
«che senso ha tutto questo?»:
non stiamo di fronte alla creazione come spettatori, né al di sopra di essa come proprietari, né al di sotto come vittime, ma dentro di essa, partecipandovi come cocreatori.
L'io che immaginiamo come un'unità separata, autonoma e padrona di sé non esiste. Ciò che esiste è questa trama di relazioni di cui facciamo parte. E lì, in quello stretto margine d'azione, sta il nostro libero arbitrio. In qualcosa possiamo scegliere e in qualcosa no. Qualcosa siamo e qualcosa non siamo.
Mosè Cordovero, cabbalista del XVI secolo, pensò questa trama fino alla radice. Sosteneva che l'essenza divina è presente in tutte le cose e che nulla esiste per sé stesso. Immaginare che l'Infinito finisca in un certo punto e che oltre cominci qualcosa di estraneo a lui significherebbe dividere l'indivisibile. Per questo avvertiva: «Non dire: questa è una pietra e non Dio». La pietra è pietra, ma è attraversata dal divino. È e non è, allo stesso tempo: esiste come qualcosa di distinto, ma non esiste indipendentemente da ciò che la sostiene. Dio è tutto ciò che esiste, diceva Cordovero, ma non tutto ciò che esiste è Dio.
Con la carne accade lo stesso. Esiste, si stanca, si ferisce, soffre, decide. Ma non si regge da sola: ciò che la muove la attraversa, come la luce attraversa il cristallo. Questo non mi toglie i miei atti. Escono con la mia forma, e ne rispondo.
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Per che cosa
Di recente ho sentito un cabbalista dire che il senso della vita è trovare ciò con cui vibra l'anima: ogni anima porterebbe con sé una missione da scoprire. Mi è sembrato vero, ma incompleto.
Niente vibra da solo. Una corda non suona da sé: la risveglia una mano che la sfiora, o il suono lontano di un'altra corda, che la chiama per nome attraverso l'aria, senza toccarla. Così ci arriva ciò che muove l'anima: a volte come una spinta che sale da dentro, a volte come un'eco che viene da lontano. E anche se lo custodiamo nell'inconscio, non è mai stato nostro: anche lì parlano voci altrui, frasi che un tempo abbiamo udito, paragoni che un tempo ci hanno fatto. Ciò che mi fa vibrare non è mio, ma il modo in cui vibro sì.
Ma c'è un altro modo di suonare: quello del microfono troppo vicino al proprio altoparlante, il suono che entra, esce e rientra, sempre più forte, fino a diventare un fischio stridente. La psicoanalisi chiama godimento questa intensità, ma non ogni godimento è uguale. Ci sono godimenti che espandono: fare ricerca, scrivere, suonare uno strumento anche quando si è stanchi, perché qualcosa non ha ancora suonato. E ci sono godimenti che trattengono, che godono del non lasciar andare: i loop mentali, il rimorso, l'attesa che qualcuno un giorno venga a salvarci. Sono quelli che consumano l'anima, fino a lasciarci soli e nudi, seduti sulle ceneri di ciò che è stato.
La differenza non sta nell'attività. Si può scrivere per trovare qualcosa o perché gli altri confermino chi crediamo di essere; fare ricerca per curiosità o per avere ragione; cercare Dio o cercare sé stessi nello specchio del sacro. La differenza sta nel fatto che si senta ancora qualcosa di veramente diverso da sé. Racconta il testo che Elia non trovò Dio né nel vento né nel fuoco, ma in ciò che venne dopo: una voce di silenzio sottile, quando il rumore, quello del mondo e il suo stesso, smise di occupare tutto.
Ognuno ha la sua caverna: l'isolamento, il silenzio dove a volte, finalmente, si sente qualcosa. Ma quella voce non chiede di restare lì. Rimandò Elia sul cammino e verso gli altri. La caverna è una situazione e un tempo, non un luogo in cui fermarsi. Le scintille di ciascuno, dice la cabbala, sono disperse per il mondo, anche negli altri. Noi ci vediamo in loro e loro si vedono in noi: così si forma l'io, sempre davanti a uno specchio, come una costruzione fatta di immagini. Ma lo specchio non basta. L'altro ci trasforma quando, oltre a rifletterci, ci mostra qualcosa che non ci aspettavamo di vedere o ci dice qualcosa che non ci aspettavamo di sentire.
Allora, per che cosa si è vivi? Non per compiere una missione scritta in anticipo: se è scritta, possiamo leggerla solo all'indietro, quando la vita già vissuta sembra aver condotto fin lì, e non in avanti, perché nulla garantisce che ci arriveremo. Nemmeno per raggiungere una meta una volta per tutte: chi la raggiunge e non ne ha un'altra davanti resta senza direzione. Il senso non si esaurisce in ciò che compiamo. Credo che la risposta stia in quel silenzio sottile: lasciar passare la luce che ci attraversa e darle, ancora e ancora, la nostra forma, come un cristallo che la apre in colori che portava nascosti. La stessa luce passa attraverso ciascuno, ma ciascuno la rivela attraverso le proprie fratture e imperfezioni. Esce sempre diversa.
Queste crepe non sono un errore. Sono la mia firma.
Ricevere la luce e restituirla al mondo con i colori che portava nascosti: questo è il tikkun, la riparazione. E nel farlo accade qualcos'altro. Chi scrive stanco e continua a scrivere non è più al centro: c'è la frase, il problema, la forma che chiede di uscire. L'io non scompare, ma smette di reclamare il centro. Anche questo è bitul, e non solo come rinuncia: è il gesto umano che replica quello divino. Come l'autore che si ritira dalla propria opera, l'Infinito si ritirò per creare. Noi ci ritiriamo creando.
Conviene dirlo con chiarezza: nessuna attività, piacevole o al di là del piacere, chiude la mancanza. Quasi la chiude, ma torna sempre ad aprirsi. I cabbalisti dicevano che bisogna svuotarsi ancora e ancora, perché solo svuotandosi ci si può riempire di nuovo: ci si riempie e ci si svuota, in un'oscillazione costante, come un battito di vita. La pace non sta nell'aver trovato il senso una volta per tutte, come chi taglia il traguardo di una corsa, ma nell'accettare questo ritmo e viverlo.
Nemmeno trovare ciò che vibra risolve tutto. Resta da capire come viverne. A volte si vive di una cosa e si vibra in un'altra: si è l'avvocato, l'ingegnere, il cittadino, da dietro. Il senso non esige che ciò che vibra paghi l'affitto. Esige che non si spenga.
Lacan lo disse senza giri di parole: l'unica cosa di cui si possa essere colpevoli è aver ceduto sul proprio desiderio, avervi rinunciato.
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Sono venuto per
Sogniamo di essere speciali. Di esistere per qualcuno. Dire «sono venuto per» è un grande passo verso la pace interiore. Ma comporta un rischio: che lo scopo si trasformi in un debito. Che «sono venuto per» diventi un giudice che ogni notte mi chiede se sono stato all'altezza. Lo stesso può accadere con il bitul, e perfino con il desiderio. Allora non ci tormentiamo più per non essere abbastanza importanti, ma per non essere abbastanza umili. L'io continua a occupare tutta la scena, anche quando cerca di scomparire.
Contro la tua volontà sei nato, diceva la litania. Nessuno ha scelto di nascere. E un debito che non abbiamo contratto non si paga. Lo scopo si può cercare; l'esistenza non è dovuta a nessuno.
La litania termina così: «e contro la tua volontà renderai conto davanti al Re dei re». Se c'è un tribunale, arriva alla fine, non ogni notte. E giudicherà ciò che abbiamo fatto, non il fatto che siamo nati. Anche quello arriva contro la nostra volontà. L'unico che convochiamo noi è quello che si riunisce ogni notte.
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Una corona senza re
Si dice che in principio Adamo ed Eva non fossero nudi. Li ricopriva una pelle di luce, liscia e lucente come l'unghia. Quando lasciarono il giardino, quella luce si spense in quasi tutto il corpo, tranne che sulla punta delle dita. Da allora, a volte, qualcuno avvicina le mani a una candela e guarda brillare le proprie unghie: un bagliore tenue, quello di una parte di noi che quasi non riconosciamo. In quel bagliore non si vede il paradiso. Si vede un resto. E in quel resto, grande quanto un'unghia, immaginiamo tutto quanto: ciò che non c'è, ciò che sarebbe potuto essere.
Essere vivi chiede lo stesso gesto dell'Infinito, al contrario. Farmi un po' da parte. Smettere di essere il centro della mia stessa notte: il re, l'accusato e il giudice, colui che aspetta e colui che non arriva. Non perché un altro occupi il mio posto, ma perché il posto resti libero.
Perché in quel centro non c'è nessuno. Non c'è immagine, perché nulla di ciò che immaginiamo riesce a rappresentarlo. Immaginare non è mettere un'immagine in quel centro. È lasciarlo aperto.
In ebraico, «io» (ani, אני) e «nulla» (ayin, אין) si scrivono con le stesse lettere, disposte in ordine diverso. L'io non è il contrario del nulla: è il nulla ordinato in modo singolare. Non occorre distruggere l'io per trovare il nulla: il lavoro sta nel cambiare l'ordine. Ritirarsi dal centro è questo: che l'io, senza scomparire, lasci posto al nulla da cui tutto proviene.
C'è una corona senza re.
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E la corona brilla, come brillano le unghie alla luce di una candela.
Non nel paradiso, ma nel resto.
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