La follia degli amanti. L'illusione di essere completi.

La follia degli amanti. L'illusione di essere completi

- Cabala -

La follia degli amanti

L'illusione di essere completi

אִם אֵין אֲנִי לִי, מִי לִי? וּכְשֶׁאֲנִי לְעַצְמִי, מָה אֲנִי?

«Se io non sono per me, chi sarà per me? E se sono solo per me, che cosa sono?»

Hillel, Pirkei Avot 1:14

Il saggio precedente ruotava attorno a una frase che sembrava semplice: «amerai il tuo prossimo come te stesso». Abbiamo scoperto che la difficoltà non stava tanto nel prossimo quanto in quel «te stesso» che diamo per conosciuto. E abbiamo scoperto che tra noi e chi ci ha feriti di solito resta un debito. Ci aspettiamo che venga saldato in ordine: delle scuse, una riparazione, un riconoscimento. Quando questo non arriva, perdonare è l'unica via d'uscita dal rancore che ritorna ancora e ancora: smettere di riscuotere, in un solo movimento, regalando all'altro ciò che ci ha tolto.

Ma c'è un altro debito, e forse è il più difficile.

Il debito che si ha con se stessi.

E sotto di esso, qualcosa che non è un debito, ma una richiesta.

✦Avrei dovuto

Tutti conosciamo quella voce. Compare di notte, sotto la doccia, sulla strada per il lavoro:

Avrei dovuto vederlo. Avrei dovuto dirlo. Avrei dovuto andarmene prima. Avrei dovuto restare.

Il verbo dovere nomina insieme un obbligo e un debito. Altre lingue lo dicono ancora più chiaramente: in tedesco, Schuld è colpa ed è debito; in aramaico, ḥôbâ è debito ed è peccato, e per questo il Padre nostro di Matteo chiede «rimetti a noi i nostri debiti» dove quello di Luca dice «i nostri peccati». La colpa si vive come un debito che esige di essere saldato.

«Avrei dovuto» parla di qualcosa che è già accaduto come se si potesse ancora pagare. E presuppone qualcosa di strano: un io che, in quel momento, sapeva già ciò che so solo ora.

Quell'io non è mai esistito.

Chi ero non sapeva ciò che so. Ha deciso con ciò che aveva: le sue paure, il suo desiderio, la sua finestra grande quanto un'unghia. E io lo giudico da qui, con la chiarezza dello sguardo retrospettivo.

Ma l'«avrei dovuto» quasi mai finisce dove sembra. Avrei dovuto essere più forte, più attento, più coraggioso. Per cosa? Perché mi amassero. Perché mi scegliessero. Perché non se ne andassero. Suona come un rimprovero, ma sotto c'è una richiesta. E fa qualcosa di ancora più pericoloso: mi mette al centro. Sotto pressione, quando bisogna decidere, rispondere o adempiere, ogni compito smette di essere un compito e diventa un verdetto su di me. E il centro pesa: più stress, più mi metto al centro; più sono al centro, più stress.

✦Ciò che il soggetto chiede davvero

Lacan lo ha detto con precisione: ogni domanda, qualunque cosa chieda, è anche domanda d'amore. Si chiede qualcosa di concreto, ma si attende altro: il segno che si esiste per l'Altro (con la maiuscola: non una persona, ma il luogo da cui veniamo riconosciuti). Che da qualche parte si dica «sei questo, e va bene». Per questo il riconoscimento non basta. Qualcuno apprezza il lavoro, un amico ringrazia, e qualcosa continua a mancare. Ciò che si chiede è ciò che avanza quando hanno già dato ciò che si chiedeva.

Quella richiesta nasce da qualcosa che non si chiude. Lacan la chiamò la «mancanza a essere»: non coincidiamo mai del tutto con ciò che diciamo di essere. Non è un errore da correggere; è ciò che ci fa domandare, desiderare, amare. In spagnolo, falta nomina insieme la carenza e la colpa; in italiano, anche mancanza. La lingua sapeva già che confondiamo l'una con l'altra.

Ecco la trappola. Sapere che ciò che chiedo nessuno può darmelo è insopportabile. Pensare «ho sbagliato io» è più sopportabile, perché conserva la speranza: se è stato un mio errore, c'era rimedio; un giorno me lo daranno, un giorno sarò di nuovo qualcuno per quegli occhi che si sono chiusi.

La colpa trasforma in debito ciò che era impossibile.

✦La luce intrappolata

Mi è utile un'immagine che mi accompagna da tempo. Sono un cristallo attraverso cui passa la luce del mondo. Io non sono la luce. La ricevo, la devio secondo la mia forma e la lascio uscire. Ogni volta che passa, qualcosa cambia in me, appena.

Ma sul cristallo cade anche un'altra luce. Arriva riflessa, come in uno specchio, dallo sguardo degli altri: ciò che ci si aspettava da me, ciò che «dovevo» essere. Quell'immagine la prendo per mia, e da dentro comincia a misurare. Arriva una situazione, la memoria dice che cosa dovrebbe uscire, ed esce un'altra cosa. Non coincidono, e concludo: devo avere qualcosa che non va.

Ma non potevano mai coincidere. L'atteso è stato calcolato per un cristallo senza forma, senza paure né storia: lo stesso io che non è mai esistito. Ciò che esce da me esce deviato perché il cristallo ha una forma, una densità, una storia. Nessun cristallo rifrange esattamente come un altro. Quella deviazione non è un errore. È la mia firma. La colpa legge come errore ciò che è forma propria.

La mente, quando funziona, corregge la propria aspettativa di fronte a ciò che non si aspettava: impara. La colpa fa il contrario. Lascia intatta l'immagine e condanna ciò che è uscito.

Quasi sempre comincia fuori. Una mail, uno sguardo, un silenzio. La luce entra e, invece di attraversare, comincia a rimbalzare dentro, sempre più veloce. Così funziona la fibra ottica: quando la luce raggiunge la superficie interna con un angolo che ne impedisce l'uscita, resta intrappolata in una successione di riflessioni interne. Rimbalza ancora e ancora. Così funziona anche l'«avrei dovuto» che gira e rigira nella notte.

Che cosa non va, lì? Non è la luce: entra come entra. E non è nemmeno che il cristallo si rompa. È l'angolo. Il cristallo è inclinato verso l'immagine, verso lo sguardo che lo misura, e da quell'inclinazione nessuna uscita gli serve.

Sotto stress, il cristallo si agita. Gira cercando l'uscita, ma gira su se stesso, e ogni giro lo lascia di nuovo rivolto verso di sé. Tutto ciò che entra sembra parlare di me, e più parla di me, meno trova l'uscita. Visto da fuori, un cristallo che trattiene la luce sembra scuro; dentro è saturo. È la luce nera della colpa: non illumina nulla, gira soltanto.

Perché non la lascia uscire? Per paura, sì. Ma anche per un'altra cosa: finché la luce gira dentro, il cristallo è il centro di tutto.

Trattenere la luce è un modo per restare il centro.

Di fronte a quel centro ci sono tre posti possibili. I primi due restano lì.

✦L'accusato

Ogni debito ha bisogno di un creditore. Freud gli diede un nome: il Super-io. E osservò qualcosa di sconcertante: la coscienza morale diventa tanto più severa quanto più rinunciamo. La forza di ciò che non ci concediamo non scompare; il Super-io la raccoglie e la rivolge contro di noi. Ogni pagamento dà all'esattore più forza per tornare a riscuotere. Davanti a lui, desiderare è già essere in debito. Per questo chi più si sforza di essere buono è chi più si accusa.

Quell'esattore ha quasi sempre un volto: colui il cui amore abbiamo perduto, il cui silenzio ci ha ferito. Nella melanconia, diceva Freud, i rimproveri che qualcuno si rivolge sono spesso rimproveri contro una persona amata, rivolti contro il proprio io: «l'ombra dell'oggetto cadde sull'Io». Ronald Fairbairn vide perché: il bambino deluso da un genitore preferisce credere che la colpa sia sua. Così il genitore resta buono e il mondo conserva il suo ordine. È come se il bambino si dicesse, con le parole di Fairbairn: «Meglio essere un peccatore in un mondo governato da Dio che un santo in un mondo governato dal diavolo». C'è una fedeltà segreta nella colpa.

Ma la colpa mi dà qualcos'altro: un posto. Quando sono colpevole, il mondo intero punta verso di me. Sono colui di cui si parla, colui che deve. Finalmente esisto. Per questo c'è un godimento nella colpa, travestito da dolore. Freud trovò nella clinica chi ha bisogno della punizione più che del perdono, e perfino chi commette un delitto per dare un motivo a una colpa che già aveva.

E l'altro, forse, non mi accusa nemmeno. Forse è già andato avanti con la sua vita. Sono io che mi metto dietro il suo sguardo, che tengo in piedi il tribunale, scrivo la sentenza e la firmo. Lacan chiamò fantasma quella scena che uno allestisce per sapere quale posto occupa davanti all'Altro.

Se ciò che chiedo è essere qualcuno per l'Altro, la colpa me ne offre una versione a buon mercato: essere qualcuno davanti al suo tribunale.

✦L'idolo

Il secondo posto sembra una via d'uscita: perdonarsi. «Perdonati», ripetono i libri di auto-aiuto. Ma quando Gesù perdonò un paralitico, gli scribi si chiesero scandalizzati: «Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?» (Marco 2,7). La loro domanda era teologica; qui illumina un'altra cosa. Chi dice «mi perdono» si mette nel luogo da cui si perdona. Il tribunale resta in piedi; è cambiato solo il verdetto. L'io che si condannava ora si assolve, e in entrambi i casi è lui a giudicare.

La Bibbia ha una legge per questo, anche se fu scritta con un altro scopo: «Non ti farai immagine» (Esodo 20,4). La parola ebraica è pésel, da una radice che significa scolpire: l'immagine scolpita, fissa. Ciò che è vivo cambia, e l'errore è scolpire l'immagine nella pietra e poi inginocchiarsi davanti a essa. L'accusato si inginocchia davanti alla sua immagine ideale, o davanti al suo rovescio, «non sono degno d'amore», che è anch'esso scolpito. Chi si assolve si inginocchia davanti a un'altra: quella di sé come giudice clemente. È l'idolatria dell'io: l'io al posto di Dio.

Perché non funziona? Lacan distingueva tra l'altro, il simile, e l'Altro con la maiuscola: il luogo da cui si parla e si giudica. Una persona può occupare quel luogo per un certo tempo, ma non è quel luogo. E aggiunse: non c'è Altro dell'Altro. Dietro il luogo da cui ci giudicano non c'è nessuno che garantisca il verdetto. Anche chi lo occupa è segnato dalla sua mancanza.

Nessuno ha l'ultima parola su ciò che sono. Né l'altro, né io.

Per questo ciò che chiedo non può arrivare, e per questo non posso nemmeno darmelo io. Gli atti si possono giudicare: ho fatto del male oppure no. Ciò che non si può giudicare è l'essere intero, né per condannarlo né per assolverlo.

✦Fuori dal centro

La Cabala di Isaac Luria immaginò l'inizio dell'universo come un ritiro. Prima della creazione, l'infinito (l'Ein Sof, o «senza fine», come i cabalisti chiamano Dio al di là di ogni nome) occupava tutto. Perché potesse esistere qualcosa di distinto da lui, si contrasse e lasciò uno spazio vuoto. Luria chiamò quella contrazione tzimtzum. Se perfino l'infinito dovette uscire dal centro perché ci fosse un mondo, l'io non è tenuto a restarci.

In un altro saggio ho parlato del bitul, l'annullamento dell'io nella tradizione mistica. Il cristallo non produce la luce né può rivendicarla come propria, ma non è nemmeno niente: ha una struttura, dei segni, degli angoli. Uscire dal centro è ruotare appena il cristallo. Non cambia la luce né si rompe il cristallo; cambia la direzione verso cui guarda. E la luce che girava trova da dove uscire.

Ma il bitul non è un'idea per dopo. Dirsi alla fine della giornata «questo non mi definisce» arriva tardi: a quel punto la luce ha già fatto mille giri. Il bitul si pratica nel momento in cui la luce entra. C'è un verso del Salmo 16 che la tradizione ha trasformato in pratica quotidiana: «Io pongo sempre davanti a me il Signore». C'è chi lo appende di fronte a sé, per averlo sotto gli occhi. Letto da qui, è una pratica concreta: mettere davanti qualcosa che non sono io. Il centro resta fuori.

Come si vede in un giorno qualunque? Arriva una mail urgente, una scadenza, una riunione difficile. La domanda del centro è: che cosa penseranno di me? La domanda di chi si mette a lato è: di che cosa ha bisogno questo? La prima fa girare il cristallo su se stesso; la seconda lo orienta verso il compito. Non è indifferenza. Si lavora lo stesso, a volte meglio, perché la forza che si spendeva per difendere l'immagine resta libera per il lavoro.

Un saggio del Talmud lo disse nell'Etica dei Padri (2,16): «Non spetta a te terminare l'opera, ma non sei libero di desistere da essa». La prima metà toglie l'io dal centro: l'opera non è mia, e il risultato non dipende solo da me. La seconda impedisce di confondere questo con il disinteressarsene. E in ebraico c'è un dettaglio: «desistere» è libatel (לִבָּטֵל), della stessa radice di bitul (בִּטּוּל). Letta da qui, la frase traccia un limite: il bitul annulla l'io, non il compito. Mi ritiro dal centro, non dal lavoro.

E io? Non sono padrone nemmeno di me stesso?

Forse no. La colpa tratta la propria vita come una proprietà amministrata male. Ma la vita, i talenti, gli errori passano attraverso di noi. L'«avrei dovuto» ha bisogno di un padrone che ha fallito; se nessuno è padrone assoluto di ciò che è, nessuno può nemmeno pretendere da sé di aver controllato tutto ciò che è stato. Si risponde dei propri atti, ma non della mancanza che ci costituisce.

Ma attenzione: il bitul non è disprezzo. «Non sono niente», detto con disprezzo, mantiene intatto il giudice; solo che ora condanna a bassa voce. Il cristallo non dice «non valgo». Dice «non sono la luce». L'uno è umiliazione. L'altro è libertà.

Uscire dal centro non cancella il passato. Un antico insegnamento dice che il ritorno (teshuvá), quando si fa per amore, trasforma le colpe in meriti. Non le cancella, perché include riparare ciò che è riparabile. Ma il ritorno non è tornare indietro: è volgersi verso la luce, ruotare appena il cristallo. Allora il passato cambia di posto: non si paga, si rilegge. L'«avrei dovuto» legge il passato per accusare; il ritorno, per incorporarlo. La tradizione mistica va ancora oltre: nessuna caduta è definitiva, e ogni discesa è in vista di una risalita. Chi ero sarà stato colui che mi ha portato fin qui. Ogni deviazione e ogni caduta (e lo dice chi le ha avute tutte) sono diventate necessarie rileggendole. «Pietre sul cammino? Le conservo tutte; un giorno costruirò un castello», scrisse il brasiliano Nemo Nox. E se ne tolgo una sola, il castello crolla. E perché non ho imparato prima? Quella domanda è l'ultimo «avrei dovuto»: presuppone, ancora una volta, un io che sapeva già. Ho imparato quando sono stato capace di capire. I segni del cristallo non si cancellano; diventano forma.

✦Amarsi

Lacan disse che amare è dare ciò che non si ha. Il perdono lo mostra in modo quasi letterale: chi perdona dà ciò che non ha più, perché gli è stato tolto. Ma anche quando non c'è niente da perdonare, amare è questo. Non diamo ciò che possediamo: diamo la nostra mancanza. Mostriamo dove siamo vulnerabili, con la speranza che l'altro non ci ferisca lì.

Ed ecco il paradosso: torniamo a chiedere l'impossibile. Ciò che l'altro può darmi, anche quando mi ama davvero, è anch'esso la sua mancanza, non la sua pienezza. Io chiedevo pienezza; l'altro mi dà la sua mancanza. Due folli amanti seduti al chiaro di luna, che si promettono il tutto.

Di fronte all'altro, la mancanza esce da me come un dono: ha un destinatario. Di fronte a me stesso, non c'è a chi consegnarla: resta. Ciò che può cambiare è quello che ne faccio. Se amare l'altro è dare ciò che non si ha, sperando in segreto che l'altro mi completi, amare se stessi è smettere di pretendere da sé ciò che non si ha. E smettere di aspettarsi di essere completi.

Per questo perdonarsi non è assolversi. L'idolo si siede al posto del giudice e detta un'altra sentenza. Chi esce dal centro si alza e lascia quel posto vuoto. Quando il posto resta vuoto, la mancanza smette di essere un fascicolo e torna a essere ciò che è sempre stata: ciò che ci fa desiderare.

Keplero scoprì che i pianeti non girano in cerchi, ma in ellissi. Un'ellisse ha due fuochi: il Sole ne occupa uno; l'altro è vuoto. E la forma dell'orbita è definita da entrambi. Forse una vita fuori dal centro somiglia a questo: gira attorno a qualcosa che la illumina e a un punto vuoto che nessuno occupa. Quel vuoto non è un difetto dell'orbita. È metà della sua forma.

Smettere di chiedere non è smettere di desiderare. Cerco, amo, scelgo, sbaglio, riparo ciò che si può riparare. Ciò che cade è la richiesta di garanzia. E ciò che chiedevo, essere parte di qualcosa di più grande di me, non arriva come un regalo che qualcuno mi consegna. Ma passa. Il cristallo non è padrone della luce; eppure, mentre la lascia passare, non ne è separato.

Lo scarto non si chiude.

Ma smette di accusare.

✦ ✦ ✦

Perdonare l'altro è smettere di considerarlo un debitore. Perdonare me stesso non è sedermi al posto del giudice per assolvermi, ma lasciare quel posto vuoto. Allora l'altro smette di recitare una parte nel mio fantasma e torna a essere ciò che è sempre stato: qualcuno che non finisco mai di conoscere. Come me.

Hillel lo disse in due domande. «Se io non sono per me, chi sarà per me?»: nessuno può rispondere dei miei atti al posto mio. «E se sono solo per me, che cosa sono?»: non sono il centro né il padrone di ciò che mi attraversa. Non serve cancellare l'io per smettere di adorarlo. Basta toglierlo dal centro.

Ciò che chiedevo non è mai stato un bisogno. Era una domanda d'amore, e ogni domanda d'amore chiede la stessa cosa: che l'Altro mi completi. È questo che nessuno può dare, perché nessuno ce l'ha. Per questo posso dirlo senza negare la mancanza:

Non ho bisogno di ciò che nessuno può dare.

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